Moda

Mar 04 CHI NON RISICA NON ROSICA

di Cristiana Schieppati

Nel panorama sempre più competitivo della vita quotidiana, c’è un detto che riecheggia nei momenti di indecisione: “Chi non risica non rosica.” Una massima popolare che invita a uscire dalla zona di comfort, a rischiare per ottenere risultati concreti, sia nella sfera personale che in quella professionale.

Ma cosa significa davvero rischiare? E soprattutto, vale sempre la pena farlo? Rischiare non vuol dire buttarsi nel vuoto senza paracadute, ma piuttosto prendere decisioni ponderate, calcolando i possibili esiti. Nella storia, le grandi innovazioni sono nate proprio da chi ha saputo osare: Steve Jobs un nome per tutti gli esempi di visionari che hanno trasformato le loro idee in rivoluzioni, sfidando lo status quo.

Nel mondo della moda e della comunicazione – settori che conosci bene – il rischio è spesso sinonimo di innovazione. Lanciare una nuova tendenza, proporre un format editoriale diverso, cambiare stile di scrittura: tutte scelte che possono decretare il successo o il fallimento.

Non tutti i rischi sono uguali. Esistono quelli incoscienti, guidati dall’impulso, e quelli calcolati, basati su analisi, studio e una buona dose di intuito. Nel giornalismo e nella moda, saper bilanciare queste due componenti è essenziale. Un titolo audace può attirare lettori, ma se mal calibrato può compromettere la credibilità. Un brand emergente può lanciare una collezione fuori dagli schemi, ma senza un’adeguata strategia rischia di passare inosservato.

Le sfilate di questa stagione hanno dimostrato che chi gioca sul sicuro rischia di restare indietro. Pensiamo a Prada, che ha giocato con il concetto di “brutto-bello” attraverso tessuti e silhouette volutamente disturbanti, o a Gucci, che sta ridefinendo il proprio DNA tra passato e futuro.

Chi gioca sul sicuro rischia di sparire, ci sono state collezioni che, pur ben eseguite, non hanno trasmesso una vera emozione. Il rischio di restare nella comfort zone è quello di diventare prevedibili, e in un momento in cui l’attenzione del pubblico è labile e frammentata, la prevedibilità è un lusso che nessun brand può permettersi.

Se c’è una lezione da trarre da queste sfilate è che il mercato premia l’audacia. Non basta più fare bei vestiti: serve una narrazione, una tensione creativa, un’identità forte. Chi ha rischiato, oggi raccoglie i frutti. Chi invece ha scelto di restare nel conosciuto, potrebbe scoprire che, nella moda come nella vita, chi non risica, non rosica.

Uno che rischia, ma ha un grande intuito, è Stefano Beraldo, amministratore delegato di OVS, che ha capito che doveva andare a prendersi quella fetta di mercato che è scoperta, la fascia media, che vuole capi fatti bene ma non può permettersi il lusso. E così ha ridato vita a Les Copains il brand che quando ero piccola mia madre comprava sempre perchè le maglie erano fatte bene ( devo andare in qualche armadio a recuperare qualche pezzo vintage) e quindi oggi nei negozi di OVS si troveranno non solo i bellissimi capi di Piombo ma anche una collezione total look che nulla ha a che fare con l’archivio Les Copains, tranne forse qualche maglia marinara.

L’intuito è fondamentale quando si tratta di rischiare, le decisioni migliori nascono da un mix di esperienza, istinto e visione. Lo sa bene Caterina Ruggeri che conosco da una vita, anzi forse due vite, che a volte lascia il suo ruolo televisivo e si occupa in amicizia di scovare i talent per il progetto Heritage & New Talents per Vitale Barberis Canonico, il quarto talento che ha scovato è Taieur di Camilla Cappelli, capace di prendere una giacca vintage e trasformarla in un pezzo unico con i suoi fiori ricamati. Non per tutti certo, ma l’idea è quella di creare capi dai tessuti splendidi e preziosi che, impreziositi di una lavorazione artistica fatta a mano, restino nel tempo.

Capire un progetto riconoscere cosa funziona per il pubblico, scegliere il momento giusto per lanciarlo sul mercato. Questa sensibilità si paga a suon di consulenze e più sei immerso nel tuo settore, più riuscirai a cogliere i segnali giusti per allenare il tuo intuito e rischiare con intelligenza. Peccato che nei campi creativi i cosiddetti “piagnoni” siano il peggior freno all’innovazione. Chi sono? Quelli che si lamentano sempre senza mai agire, che vedono ostacoli ovunque e che, di fronte a una sfida, preferiscono trovare scuse anziché soluzioni. Si lamentano del successo altrui invece di imparare da esso.

A questo giro di sfilate di “piagnoni” ne ho incontrati tanti: manager, comunicatori e giornalisti. Io quando sento i lamenti cambio strada velocemente, preferisco quelli che trasformano le difficoltà in occasioni: chi capisce che una crisi editoriale può essere lo stimolo per esplorare nuovi formati, chi vede nella saturazione del mercato della moda l’opportunità per raccontarlo con un linguaggio nuovo. I “piagnoni” restano fermi, gli innovatori sperimentano.

Per questo tra un giro e l’altro appena incontravo una “bella testa” chiedevo il parere sulla situazione attuale. Claudio Marenzi, patron di Herno, mi illumina sempre grazie alla sua esperienza finanziaria ed economica, gli ho chiesto come mai la moda non riceva il sostegno governativo che ci si aspetterebbe rispetto alla sua rilevanza economica e culturale. Mi ha fatto notare che, sebbene il settore stia registrando una flessione del fatturato che ha riportato il comparto sotto la soglia dei 100 miliardi di euro, i ricavi restano elevati rispetto ad altri settori industriali pertanto la politica non tutela la moda con scelte mirate. La cassa integrazione che è stata ottenuta da Carlo Capasa riguarda la filiera, quella che soffre di più per mancanza di produzione, ma in realtà spesso non viene nemmeno chiesta dovendo anticipare per sei mesi gli stipendi, si preferisce a quel punto chiudere.

Il problema più grande in questo momento e che desta preoccupazione e incertezza è la situazione americana, mercato che ha la “cultura dello shopping” e che sta trainando il lusso. Ne ho parlato con Vera una delle sorelle Giusti , terza generazione a capo dell’azienda AGL , brand che ha investito molto in Nord Europa e negli Stati Uniti  “Abbiamo spinto all’estero il valore della nostra artigianalità, oggi siamo preoccupati per eventuali dazi che Trump potrebbe applicare, all’America siamo molto affezionati”. Stessa preoccupazione anche per Eleventy che sta per aprire ben tre negozi negli Usa, ne parlavo con Paolo Zuntini direttore creativo della linea donna, mentre accarezzavo uno dei cappotti in supertriplofatastico cashmere.

Ora, dato che so che la parte che vi interessa di più è che vi racconti qualcosa di più divertente allora vi accontenterò: alla sfilata di Genny parterre di tiktoker che si criticavano una con l’altra per chi era seduta in prima fila e chi no “Ma ti rendi conto che quella ha fatto uomini e donne e pensa di avercela solo lei ?” (testuali parole) – Daniela Fedi che nel silenzio che precede l’inizio della sfilata urla “ma basta!” al fotografo che in inglese dava istruzioni su come tenere le gambe a chi era in front row – Io e Matteo Ausano che ci mettiamo in un angolo da Valextra e fantastichiamo sul nostro futuro, da quando gli sono venuti i capelli bianchi pensa di essere già in età da pensione… e no … ti tocca lavorare ancora tesoro! – Io che vado bella serena alla presentazione di Geox presentandomi nella sede di via Senato… peccato che Mister Mario Moretti Polegato abbia pensato di farla al Circolo Filologico Milanese in via Clerici per il legame con la tecnologia, si perchè ci tiene moltissimo ai suoi brevetti e alla ricerca che viene fatta per le sue scarpe – L’ Armani/Teatro ha modificato l’allestimento, capacità portata a 500 posti, sedie comode e più prime file per tutti per la gioia di tutto l’ufficio stampa – Beka Gvishiani fondatore di Stylenotcom ha saltato le sfilate milanesi preferendo il carnevale di Rio, andrà direttamente a Parigi, se quindi avete visto un cappellino in prima fila non era lui ma Carlotta Marioni che ogni giorno ne sfoggiava uno diverso – Mi fermo a mangiare qualcosa al Caffè Armani e mi trovo Laura Morino in grande forma al suo tavolo riservato con un po’ di amiche, esco e non faccio in tempo ad arrivare al mio scooter che saluto 5 o 6 persone tra cui Alessio Vannetti che sono certa a breve ci darà notizie – Sembra che a Sharon Stone il Gruppo Calzedonia abbia dato 200.000 euro per presenziare alla sfilata di Antonio Marras, io gliene avrei dati anche di più, se penso a quanto si faceva pagare per un post Chiara Ferragni! (A proposito mi hanno detto che Chiara ha chiesto di essere invitata alla sfilata di Francesco Murano, nessun cachet è stato speso per questa influencer) – Non so cosa avrei dato per essere al tavolo con Emanuele Farneti seduto vicino a Sharon Stone, mi hanno mandato una foto rubata….; Grande promozione per Foster edito da Phoenix , il giornale di lifestyle affidato alla guida di Csaba dalla Zorza, sei numeri l’anno, contenuti che spaziano dagli accessori, fino all’arredo e design, passando per viaggi, arte, beauty, il ricevere e il mondo wine&spirits, dovrebbe debuttare in primavera. Nella squadra della rivista come editor in chief digital è stata chiamata Margo Schachter, mentre art director è Elisa Ardeni. – Io che chiedo a Rosi Geraci di darmi qualche news live da Brescia dove Leonardo di Caprio e Vittoria Ceretti hanno fatto incontrare le due suocere, la sua risposta è stata “Chiedi a Nicola Falappi che sa tutto!” – Il Ristorante Da Vittorio dei Cerea è il monopolista dei paccheri, l’unico che è riuscito ad arruolare camerieri preparati adatti a gestire le cene della moda, praticamente oramai c’è solo lui, farei una considerazione in tal caso forse sui menù da proporre, per alternare il pacchero a qualcos’altro, anche per un discorso social. ; Olly viene presentato ufficialmente a Re Giorgio e stringendogli la mano gli dice ” Complimentoni eh! Bellissima sfilata”. Lui deve aver fatto la stessa espressione di Donatella Versace quando Anna Wintour le faceva le domande in occasione della presentazione del libro Il Sogno di Vogue Italia ( a proposito sembra che Prada sia sempre più intenzionata a comprare il marchio …)

Troppe sono le cose che non ho scritto perchè cortesemente mi hanno chiesto “non scriverlo per favore ” , non voglio certo diventare una di quelle giornaliste che raccontano sempre la verità e trattano argomenti scomodi per il potere, ci mancherebbe, ma dirò che ho apprezzato l’impegno di tutti nel cercare di trovare l’oggetto del desiderio in tutte queste sfilate, qualcosa che potesse diventare ambito, influenzando le tendenze e le scelte dei consumatori. Sono giunta alla considerazione che la figura del direttore creativo sia fondamentale per definire l’identità e la direzione artistica di un brand, difficile poter mantenere un posizionamento sul mercato senza, la leadership influenza la reputazione e le vendite del marchio. Certi brand ho trovato che se non hanno nulla di carino da dire sarebbe meglio tacessero. Ma si sa, la critica autentica passa in secondo piano rispetto alla convenienza e da giornalista indipendente vorrei evitare l’isolamento professionale, il prezzo da pagare per essersi esposto troppo.

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