Moda

Apr 01 I GIORNALISTI DI MODA FANNO PAURA?

di Cristiana Schieppati

Nel patinato universo della moda, dove l’immagine è tutto e la narrazione è strategica, i giornalisti possono sembrare figure temute quanto rispettate. Ma fanno davvero paura? La risposta è sfaccettata, come il mondo che raccontano. Un tempo bastava una recensione negativa su una sfilata per compromettere l’immagine di un brand. Oggi, nell’era dei social media, la voce dei giornalisti si è moltiplicata e trasformata: articoli, newsletter, reel e podcast costruiscono (o smontano) reputazioni in tempo reale. Chi scrive di moda ha la capacità di influenzare percezioni, trend, posizionamenti. E questo, inevitabilmente, incute un certo timore.


Non è solo il cosa viene detto, ma come viene raccontato: un titolo ironico, una foto scelta con un certo sguardo, una frase tagliente possono incidere più di mille comunicati stampa. È qui che entra in gioco il potere sottile (ma potentissimo) del giornalista di moda: quello di dare forma all’immaginario collettivo. Esempio: Suzy Menkes, una delle voci più autorevoli della moda internazionale è nota per il suo sguardo critico e indipendente. Diversi brand l’hanno esclusa dalle sfilate per evitare giudizi scomodi. Ma la sua assenza parlava quanto una recensione tagliente: “Se Suzy non c’è, c’è un motivo”. Ma vi immaginate se un designer avesse tirato l’iconico acconciatura a banana di Suzy come ha fatto l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi alla giornalista Lavinia Orefici di Mediaset?

I rapporti tra giornalisti e uffici stampa oscillano tra alleanza strategica e tensione diplomatica. Da un lato c’è la necessità reciproca: il giornalista ha bisogno di informazioni, accessi, contatti; l’ufficio stampa vuole visibilità, controllo narrativo, risultati. Dall’altro, si tratta di un gioco delicato, dove i confini tra indipendenza e collaborazione possono diventare sottili. Durante le fashion week è prassi che gli uffici stampa “testino” la fedeltà dei giornalisti con piccoli gesti: un posto in seconda fila, una mancata conferma all’evento. Chi accetta senza protestare viene osservato. Chi critica apertamente rischia di essere escluso dalle prossime stagioni. Ci sono brand che “puniscono” silenziosamente: se una redazione pubblica una foto poco lusinghiera o un commento non gradito, il marchio può sospendere le collaborazioni pubblicitarie. Un gesto che mette in discussione la libertà editoriale, ma che accade più spesso di quanto si pensi. Mi ricordo una volta quando Gianluca Lo Vetro scriveva per noi “Il Vetriolo” ricevetti più di una telefonata da inserzionisti innervositi dalle sue critiche e non è stato facile mantenere la linea editoriale.


Un buon giornalista di moda sa muoversi tra estetica e etica. Non si tratta solo di descrivere un abito, ma di interpretarne il contesto culturale, economico, sociale. E, a volte, anche di denunciare superficialità, appropriazioni culturali, greenwashing o mancanze di inclusività. Rachel Tashjian è stata la prima critica di moda di GQ, ora al Washington Post, creatrice della newsletter solo su invito Opulent Tips dove recensiva le sfilate in modo onesto, diretto, anche dissacrante. Gli uffici stampa hanno imparato a trattarla con lo stesso rispetto riservato alle grandi firme, proprio perché era diventata una voce influente, anche senza il timbro di una testata tradizionale.

Essere onesti non significa fare guerra, ma esercitare uno sguardo critico e libero. Il vero potere, infatti, non è quello di fare paura, ma di raccontare la verità (o almeno, di provarci) in un settore dove spesso la verità è ben nascosta sotto strati di chiffon. I giornalisti di moda fanno paura? Forse sì, ma solo a chi ha qualcosa da nascondere. A tutti gli altri offrono un’occasione: quella di essere raccontati con autenticità. E, in un mondo dove l’apparenza è tutto, non è forse questo il potere più grande?

E’ questo il ragionamento che faccio ogni volta che scrivo un mio articolo, quando con ironia e sarcasmo lancio le mie frecciatine, penso che certe cose bisogna dirle, con educazione, ma è necessario. Ed evidentemente non sono la sola, visto che ci sono tanti colleghi che si distinguono per le loro analisi critiche e approfondite. Daniela Fedi, Antonio Mancinelli, Giuliana Matarrese, Andrea Batilla, passato dal suo ruolo di designer e consulente strategico per aziende del lusso a critico social. Mariella Milani, storica giornalista della Rai, dimostra tutta la sua autorevolezza sui canali digitali con analisi approfondite grazie alla sua capacità critica avendo dedicato anni a descrivere le trasformazioni del mondo in cui viviamo, così come la brava Ida Galati che passa la notte a montare video per tik Tok che fanno riflettere.

A raccontare il dietro le quinte di questo mondo c’è anche Nik Piras, oggi fashion director di “Esquire” che ci guida in un viaggio intimo e inedito attraverso dieci personalità iconiche e rappresentative di un percorso fatto di scelte creative, aneddoti e sfide che si intreccia con le vite di altrettanti protagonisti: sportivi, artisti, registi, attori e icone contemporanee. E’ appena uscito il libro DIETRO LE QUINTE che apre una finestra sul mondo di dettagli invisibili, di emozioni e relazioni che concorrono alla definizione di un ritratto fotografico. Pagine in cui Nik Piras ci racconta la tensione creativa tra arte e lavoro, uno sguardo unico sull’immagine di alcune icone del nostro tempo. ” Con ogni scatto ho cercato di catturare non solo il volto, ma l’essenza di chi avevo di fronte: il carisma di Alessandro Borghi, la profondità inquieta di Dario Argento, l’energia vibrante di Levante, la libertà espressiva di Ghali, la determinazione di Jannik Sinner, l’irriverenza di Blanco, la sofisticatezza di Willem Dafoe, il magnetismo di Mika, l’intensità di Filippo Scotti e l’arte dissacrante di Maurizio Cattelan. Ogni copertina è stata una sfida, un racconto visivo di chi, dietro le quinte, è molto più di ciò che appare.”

Ogni abito, sfilata e campagna sono un testo da decifrare, al giornalista spetta interpretare il messaggio. Un vestito non è mai solo un vestito: porta con sé simboli, riferimenti storici, desideri sociali e tensioni culturali. Quando una maison decide di ispirarsi agli anni ’70, non si tratta solo di una scelta stilistica, ma di una riflessione sul presente attraverso il passato: libertà, rivoluzioni, ribellioni. Se una collezione è tutta in nero, può parlare di lutto, di potere, di eleganza, di negazione. Una modella che cammina lenta e impassibile su una passerella può evocare alienazione, distanza o, al contrario, autorità.
E poi c’è il modo in cui questi racconti vengono messi in scena: luci, musica, fotografia, casting. Pensiamo a Prada, che spesso usa silhouette fuori dagli schemi e ambientazioni asettiche per raccontare il rapporto tra individuo e società. La moda è un linguaggio. Chi la guarda superficialmente vede solo “cose belle”. Chi la legge davvero, scopre che racconta chi siamo, dove stiamo andando e, spesso, cosa ci manca.

Non dimentichiamo che tutto torna, pensiamo a Trussardi che ha scelto la Design week per risorgere dalla ceneri. Il brand che dal 2019 era controllato dal fondo QuattroR e poi salvato dal gruppo Miroglio nel 2024 lavorando sugli archivi, ha scelto di tornare sul mercato, scelta coraggiosa di Alberto Racca, ceo di Trussardi e del gruppo Miroglio. Bello sapere che il levriero che Nicola Trussardi introdusse nel 1973 tornerà ad essere simbolo di eleganza e dinamicità. E speriamo che non lavorino sul tema nostalgico nel lancio della nuova campagna pubblicitaria, non come la nuova Panda che ha lanciato una campagna televisiva per un restylig estetico con la canzone Felicità di Albano…avanguardia pura.

Fiorucci ha reso omaggio all’iconico negozio di Piazza San Babila con un’iniziativa che fonde nostalgia e innovazione, riaprendo per una settimana uno spazio virtuale che ha dato accesso ad un’esperienza digitale accessibile tramite un QR CODE. Obiettivo: celebrare l’eredità del marchio in chiave moderna. Attraverso questa fusione di memoria storica e innovazione digitale Fiorucci ha riaffermato il suo ruolo pionieristico nel ridefinire l’esperienza di shopping e nell’integrare cultura pop, arte e moda.

Alessandro Enriquez che è un creativo ma che ha il linguaggio di un giornalista, applica creatività e story telling a diversi progetti. L’ultimo è dedicato ad un antico frantoio del 600 nella Val di Noto, Braccialieri, un luogo del cuore visto che la Sicilia è la sua terra, un boutique resort che con le sue carte da parati, le sue ceramiche e le sue decorazioni ha preso nuova vita e racconterà ai suoi ospiti un messaggio di amore a dimostrazione che la creatività non è solo business.

Ma passiamo ad argomenti primaverili, che finalmente sono di stagione! Per la remise en forme i milanesi avranno le nuove terme De Montel, aperte da oggi: 10 piscine che saranno prese d’assalto dai fanatici del relax. Quando mia figlia andava al Cil, Centro Ippico Lombardo, erano in rovina, non vi dico da chi e da cosa abitate. Peccato che con tutte le partite che ci sono allo Stadio di San Siro non sempre l’area benessere sarà così silenziosa. Io andrò a provarle a breve. Nel frattempo la prova costume si avvicina e vedo che tutti hanno iniziato a fare attività fisica e trattamenti, voglio fare i complimenti a Marta Maggi che ha un fisico stupendo, si allena anche più di Elisabetta Canalis ed ha pure tre figli. Marta se ci fosse un CHI E’ CHI AWARDS per la pr più fisicata ti darei il premio, potrei anche candidarti per il CHI E’ CHI BEAUTY AWARDS ora che ci penso…oppure anche per il CHI E’ CHI SPORT E STILE che sono in preparazione… Io più che preparami alla prova costume mi preparo ad una maratona di premi!

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